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Diario
17 novembre 2006
UOMO DEL MIO TEMPO
Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, con le ali maligne, le meridiane di morte, - t'ho visto - dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. T'ho visto: eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro per la prima volta. E questo sangue odora come nel giorno quando il fratello disse all'altro fratello: - Andiamo ai campi. - E quell'eco fredda, tenace, è giunta fino a te, dentro la tua giornata. Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue salite dalla terra, dimenticate i padri: le loro tombe affondano nella cenere, gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
Salvatore Quasimodo
| inviato da il 17/11/2006 alle 14:22 | |
31 marzo 2006
La primavera è fuori dal web

Se volete vedere la luce del sole, dovete seguirla fuori da qui. Prima possibile.
| inviato da il 31/3/2006 alle 0:52 | |
22 marzo 2006
Mia cara...
... e quando non sarai più parte di me ritaglierò dal tuo ricordo tante piccole stelle... allora il cielo sarà così bello che il mondo si innamorerà della notte... (Goethe)
Queste parole me le hai scritte tu, ricordi? Cara sinistra! E sai che riuscisti a farmi piangere alla sola idea di perderti? Così decisi di continuare a scriverti: le persone, come le parole nelle poesie...
Quando ti penso mi viene voglia di scriverti in continuazione... come se fosse l'ultima possibilità, l'ultima volta che possa averti. Sul concetto di possibilità ci sarebbero da scrivere fiumi di libri. Mi piacerebbe poter aver sempre la possibilità di scriverti, come ora. A volte può capitare che questa sia una piacevole consolazione. E se dovessi perseguire tale proposito preferirei non vederti più: vederti mi demotiverebbe e finirei per non scriverti più affatto, mia cara sinistra.
Stanotte ho dormito in un paesino graziosissimo. Sul Mare del Nord. E' il paradiso del Gabbiano Jonathan Livingston. E' un paesino talmente piccolo che, a piedi, l'ho potuto girare nel giro di una mezz'oretta. Tutte casettine basse con finestre a non più di 30 centimetri da terra. Credimi, è letteralmente il paradiso dei gabbiani. Ce ne sono tanti quanto i colombi di Piazza San Marco a Venezia, con la differenza che questi qui sono albatros bianchi e grigi da un metro e più d'apertura alare... e volano ovunque.
Questo paesino sembra essere simile a Danzica o a Dover, ma qui la natura sovrasta ogni cosa. Il mare e il verde imperano. La loro presenza è sempre tangibile. Allora mi vieni in mente con la tua aria così naturale e sempre nascosta: ma dove sei, sinistra? Dove ti nascondi?
A stare lì c'è la sensazione di essere in un posto lontano, ma a cui ci si sente legati. La sinistra. La sensazione che tutti siamo nati in un posto così. E' davvero così se ci pensi. Pensaci bene.
Un gabbiano nasce in un porto, davanti a un mare chiaro, ostile e sconosciuto, ed è da lì che deve partire se vuole scoprire dove lo porteranno le sue ali. Se vuole dar respiro al cuore che pulsa desideri meravigliosi. Un paesaggio incantevole con la luce del faro che, al tramonto, illumina un puntino dell'orizzonte. Fuggente.
Le navi filano via più in là. Una fregata veloce fende le onde del mare. Onde impetuose. A guardarle senti freddo. Il vento freddo che dal viso passa dritto alle reni. E' freddo anche se sei sotto il sole. Un porto con un vecchio molo di legno.
E' qui che ti incontrerei volentieri, nuova sinistra. Quel giorno scoprirei di non aver più ragione di scrivere. E sarà un grande giorno.
| inviato da il 22/3/2006 alle 2:25 | |
16 marzo 2006
SPLENDIDA

Come la luce, illumina. Come lo splendore, cresce. Come un viaggio, conquista. Come te, aspetta.
| inviato da il 16/3/2006 alle 2:13 | |
3 febbraio 2006
IMMAGINE DEL TUTTO SCHIZOFRENICA

Il sesso campeggia ovunque, seduttivo, consumista, indiscriminato e invasivo. Ma l'immagine invita i giovani alla castità. Razionalità e buon senso sono ormai relativizzate, esplose in un grumo di lipidi, affogati in un mascarpone calpestato, sciolti in una tazza d'orzo, sfregiati in globuli di profumo, svanite dall'alba al tramonto. Ma la speranza non è solubile, caro mio. Crescere in una società crapulona non è il massimo, lo so.
La bussola ce l'hai. Seguila.
| inviato da il 3/2/2006 alle 1:14 | |
3 gennaio 2006
CERCANDO GRAPPOLI DI VITA

Grappoli di vita da cercare. Vita da assaporare. Un universo davanti a noi.
| inviato da il 3/1/2006 alle 0:33 | |
29 dicembre 2005
VIVERE LIBERI COME IL VENTO

La fede idolatrica sprigionata dal tubo catodico, da tanti anni, si è fatta religione: ha fatto e fa proseliti. E' quella forma di fede dominante che, oggi, in forme apparentemente impalpabili e addirittura inconsapevoli, ma sempre pronte a palesarsi nei modi più volgari del fanatismo, da quello più bieco a quello più sofisticato, si fonda sull'idolatria oggettistica, sull'idolatria del Capo, sull'idolatria del denaro, sull'idolatria del lusso, sull'idolatria della moda, sull'idolatria del consumo, sull'idolatria dei costumi, sull'idolatria delle tradizioni, sull'idolatria della terra d'origine, sull'idolatria dei legami di sangue. In virtù dei quali, qualsiasi adepto è disposto a fare di tutto: è la sua fede, la finalità del suo vivere e lo scopo del suo operare, ciò che più conta per l'adepto.
Una religione idolatrica di tale stampo, vecchio nella sua genesi, non può che essere quanto mai in conflitto con il cattolicesimo, tanto quanto con l'anti-relativismo papale. Ma è un conflitto non ammesso, perchè inaccettabile dal pudore pubblico e che rende ipocrita qualsiasi religione commistionata: è un profondo conflitto celato dalla tracotanza della religione idolatrica, pagana o celatamente camuffata perfino nei meandri delle chiese, nei chiostri delle cattedre. A volte, capita che gli adepti di tale pseudo religione si identifichino nell'immagine pubblica di personaggi televisivamente famosi, incluse le massime guide del cattolicesimo stesso (con i cui valori evidentemente confliggono) che vengono percepiti come v.i.p. e venerati come tali. E' la pseudo religione dell'indegno, della dispersione, della ridondanza, degli stati orgiastici mediatici, del consumo immotivato.
Il pericolo è ancora più grande in Italia, se si pensa al tasso di dipendenza televisiva a cui sono soggetti i giovani fin da piccoli. E non c'è dubbio che le giovani generazioni italiane possano costituire un terreno fertile per futuri movimenti autoritari: a destra come a sinistra. Saranno autoritarismi che potranno godere di ampio consenso, basandosi su mentalità debitamente devote ai propri idoli di turno. Colture perfette per il risorgere di intolleranze, razzismi, fanatismi.
La mia amata, Terra, soffrirà ancora e soffrirà tanto. La vita è da vivere liberi, come il vento.
il vento
| inviato da il 29/12/2005 alle 2:27 | |
17 settembre 2005
Dove sarà?

...ricordo che fu un brivido a portarla via, un brivido sul soffio della prima luce: quell'unica cosa che avrei ricercato sempre, ogni mattino per lungo tempo, ancora adesso. La cerco. E ci riprovo di continuo. Senza smettere di sperare. In fondo la ritroverò, lo so. Arriverà, come il buio che si spegne all'alba.
Dove sarà la mia anima?
| inviato da il 17/9/2005 alle 4:44 | |
15 settembre 2005
Col cuore gonfio che batte forte nel petto

Per i "pesci fuor d'acqua" è finito il tempo di chiedere l’elemosina. Questo è il momento del riscatto in cui col cuore gonfio che batte forte nel petto, abbandonare ogni incertezza e tentennamento per osare l’impossibile. Fare proprio quello che i "pesci fuor d'acqua" non riescono nemmeno a sperare, a immaginare, a pensare…
Ma un Don Chisciotte osa chiederlo. All’inizio di queste riflessioni a partire da questa pagina telematica dicevo che andavamo su un pianeta in via di estinzione e che il countdown era già partito. Anche in questo passaggio, un Don Chisciotte, dalla cattedra della polvere e della strada ci insegna che ai "pesci fuor d'acqua" deve essere conferita la forza di chiedere. Lui ha pure provato a urlare, quasi ad attirare l’attenzione, ma ora chiede. Anche i "pesci fuor d'acqua", dopo aver gridato, devono poter legittimamente chiedere: vita, vita, vita.
| inviato da il 15/9/2005 alle 15:54 | |
10 settembre 2005
La vita ai margini
 Non c’è niente di più stupido, che un uomo possa fare, che ammalarsi di malinconia… Due mondi che si incontrano ai margini: il genio incompreso e il pazzo, l’intellettuale e il contastorie. Molto di più, cuore e cervello che si abbracciano. Due Pesci fuor d'acqua, in ogni caso. La vita ai margini, tuttavia, non è per i “pesci fuor d’acqua” un disinteressarsi del mondo, anzi. La lontananza diventa una specie di lente di ingrandimento sotto cui mettere l’uomo e il proprio mondo. Due "Pesci fuor d'acqua", come Don Chisciotte e Sancho, discuto e si interrogano su diritti, bisogni e paradossi: sul bordo del fiume che è la loro casa, trovano nell'acqua l'elemento vitale, il diritto innegabile e il luogo simbolico da cui partono alla ricerca di altri "Don Chisciotte". Ma per passare da uomo a bestiame, ci vuole pochissimo: basta imbarcarsi in cento sopra una barca lunga come un camion. È il passaggio inverso, da bestiame a uomo, l'impresa impossibile. Riavere un'identità, un nome, un'età quando si approda, quando il carico fitto dei corpi infreddoliti, stremati, si scioglie e prova a chiedere aiuto voce per voce, storia per storia, diritto per diritto. Quanto all'identità dei "pesci fuor d'acqua", cioè agli esseri umani che corrispondono ai tonfi dei corpi nell'acqua nera, è già arduo darne una ai vivi, figuriamoci ai morti.
| inviato da il 10/9/2005 alle 2:56 | |
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